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MARIA, LA TERRIBILE - Le pillole d'arte di Martina Casati


Le pillole d’arte di Martina Casati

Maria la terribile

Good morning “pilloline”! Oggi vi somministro una pillola “hard”, ma noi non abbiamo paura di niente, non è vero? Certo che no. Allora siete pronte per sentire la storia di una donna tutta d’un pezzo. Una di quelle che avrei proprio voglia di chiamare al telefono nelle mattine in cui mi sveglio tutta sottosopra perché Pitbull – il mio caporedattore – ha indetto una riunione di redazione “a sorpresa” (sì, come le verifiche a scuola) in cui cominciare a buttare giù un po’ di idee per il prossimo numero, ma la mia testa è completamente vuota, non ho idee, mi sento come Calimero e vorrei nascondermi nel mio guscetto. Lei, al telefono, mi direbbe certamente: “Buttati! Tira fuori quello che non hai mai osato dire. E prendi la vita per il collo, una volta tanto!” (Lei direbbe per un’altra parte del corpo, non proprio per il collo, una parte maschile… ma siamo su Facebook e poi finisce che mi censurano).

Lei, Maria Lassnig, la vita l’ha presa per il collo fin da subito, fin dai suoi esordi di pittrice. Nata nel 1919, infatti, vive i momenti chiave della sua carriera nel pieno del boom dell’espressionismo astratto. E lei che fa? Figurazione! Solo ed esclusivamente figurazione. E’ una donna, poi, dunque il mondo (maschile) presuppone che lei, se proprio proprio deve dipingere invece di stare a casa a badare ai figli, dipinga delicate composizioni astratte o – alla peggio – paesaggi e fiorellini. No. Non se ne parla.
Lei dipinge corpi femminili nudi e pure volutamente aggressivi, crudi, spaventosi. Insomma: senza finzioni. Per questo è definita una delle pioniere del femminismo nell’arte.
La sua non è una provocazione, ma piuttosto un bisogno profondo di autenticità, di gridare quello che sente dentro. Nascono così quelli che lei battezza Body awareness paintings (qualcosa come “dipinti di consapevolezza corporea”), creati cercando di esprimere, attraverso il pennello, la maniera in cui lei “sente” il proprio
corpo, dolori e vergogne compresi. Potete immaginare che la sua non sia una pittura molto facilmente digeribile, soprattutto dai delicati stomaci maschili. Le sue donne hanno la carnagione livida, galleggiano spesso su sfondi neutri, fissano lo spettatore con lo sguardo allucinato, qualche volta aprono la bocca in una smorfia a metà tra il grido e una certa difficoltà a respirare… insomma, sono un bel po’ disturbanti.
La mia preferita è la protagonista di O tu, o io, che è poi l’artista stessa. O tu, o io è un autoritratto che l’indomabile signora decide di farsi nel 2005, alla bellezza di 86 anni. Pensate che si sia seduta su una sedia con un vestito a fiori circondata dai nipotini? Niente affatto. Consapevolezza corporea e sincerità esigevano che lei si ritraesse vera, nuda, autentica. E dunque eccola lì, l’artista, seduta di fronte allo spettatore mentre lo fissa allucinata puntandosi una pistola alla tempia e puntando l’altra dritta su di noi. La testa vagamente deformata e calva, gli occhi sbarrati, i seni cascanti, le gambe magre divaricate a mostrarsi senza vergogna…
Nei dipinti di Maria Lassnig il corpo femminile non è né seducente né ammiccante, non concede nulla al bisogno di rassicurazione del maschio né ai dettami della moda. Lei parla – fuori dai denti – del disagio della fisicità e la sua durezza, nel ritrarre il corpo come carne, ricorda per certi versi un grandissimo come Francis Bacon, ma ancora più selvaggio e spudorato.
E nel terribile autoritratto O tu, o io tocca il tasto scomodissimo del corpo irriconoscibile perché il tempo lo sta trascinando in quelle zone che lo avvicinano alla morte. “L’imbarazzo è una sfida, e io ho sempre voluto dipingere cose scomode”, ha detto un giorno, ridendo, questa donna straordinaria.
Non ci sorprende, dunque, che abbia fatto una certa fatica a ottenere il successo che meritava. Ciò è accaduto quando oramai era quasi sessantenne. Poi, nel 2013, a 94 anni, è stata premiata dalla Biennale di Venezia con il Leone d’oro alla carriera. Giusto in tempo: prima di andarsene l’anno dopo.
Se non avete paura delle sue donne terribili, fino al 5 maggio le trovate al Museion di Bolzano, insieme alle opere – altrettanto urticanti – di Martin Kippenberger.





Martina Casati è la protagonista di Arte, amore e altri guai, di Alessandra Redaelli, Newton Compton Editori, Roma 2017.